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Il presepio di Montorso, uno scritto di Candido Lucato

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Pubblichiamo questo scritto di Candido Lucato, dedicato alla magia del presepio.

In questi giorni ho visto casualmente alla televisione un programma in cui si esaltavano le bellezze di alcuni presepi allestiti in diverse località della provincia.

Il presentatore, un tipo sorridente e abbastanza disinvolto, sembrava intenzionato a stilare una specie di graduatoria.

“Ecco il presepio di X”, diceva mentre appariva sullo schermo un guazzabuglio muschioso punteggiato da pecore dormienti, casette con lucine interne, stradine segnate con la segatura, torrenti e laghetti di carta argentata con dentro le ochette di celluloide, e uno sfondo di monti con un cielo azzurro e stellato come poteva accadere nei presepi che allestivamo noi ragazzi nel 1940.

“Quest’altro è il presepio di Y: osservate la ricchezza dei particolari, la corona dei nunzi angelici che qualche meccanismo fa girare senza posa sopra la grotta mostrando un cartiglio con scritto “Osanna”; spingete lo sguardo alla lontana città di Gerusalemme sullo sfondo, irta di torri merlate. C’è perfino, lungo una stradina, una squadra di soldati romani comandati dal centurione”.

“In quest’altro presepio” insisteva, “capolavoro dei frati di Z, guardate: la scena si fa buia, appaiono le stelle, sale la luna e risplende nel cielo. Appare un mostro a sinistra, il diavolo con la forca, che ben presto un angelo, proveniente da destra, scaccia con la sua spada fiammeggiante. Poi sorge il sole e tutto ricomincia.”

La rappresentazione dei presepi procedeva senza interruzioni con qualche commento estasiato del presentatore che ne mostrava a raffica.

“C’è anche un presepio particolare in cui, mossi da qualche complicato macchinismo, vari personaggi si accingono indefessamente a diversi lavori: un calzolaio pianta chiodi su dei sandali di legno, un falegname pialla enormi travi, una donna distende dei panni, un pescatore ai bordi di un laghetto pesca trote a ogni colpo di lenza”.   Una meraviglia: il presepio meccanico, come l’aveva ideato ingegnosamente negli anni Trenta anche un montorsano, Sofronio Nogarole, operaio specializzato della Pellizzari, con figure dotate di movimenti meccanici, impianti elettrici che riproducevano l’alternarsi del giorno e della notte, o anche con ruscelletti che scorrevano grazie a piccole pompe elettriche o per semplice caduta.

Poi lo schermo si riempie di un presepio enorme che prende tutto lo spazio interno di un chiostro. Caspita!, è proprio il chiostro del santuario di Monte Berico, riconoscibile dalla serie di belle arcate ogivali decorate di cornici in terracotta su colonnine di pietra. Si vedono strade, monti, capanne, personaggi stravaganti, ponti che scavalcano valli e torrenti impetuosi. C’è anche, lì in bella vista, un minuscolo piazzale della Vittoria con la stupenda balaustra e le sue colonnine bianche di gesso e, addirittura, il campanile caratteristico della basilica, altissimo, con una sproporzionata cella campanaria che lo sovrasta.

Non mi stupisco granché, so bene che è diffusa la tendenza ad allestire presepi in forme insolite o con materiali inusitati dando ali alla fantasia e a inserire nel presepio, soprattutto a Napoli, personaggi politici o attori cinematografici di una certa rinomanza. Ora, càpita di scoprire tra i pastori anche qualche nero, qualche islamico, magari uno dell’Isis tutto mascherato e con il pugnale fra i denti (non sarà, alle volte, un kalaŝnikov?).

Sì, tutti belli i presepi, si starebbe volentieri qualche minuto in religioso silenzio a osservare come venga interpretata dai vari artisti la scena del mistero della nascita di Gesù, sempre la stessa e sempre diversa.

Sfilano i presepi di Malo, Cornedo, Dueville, Camisano, Longare, Brendola, Trissino, Chiampo, Arcugnano, Nanto, Montegalda, Sarego…

Ma scusate, avete mai visto il presepio allestito a Montorso? Da qualche anno, nella chiesa arcipretale fa la sua apparizione un presepio che definire straordinario è forse riduttivo. Il presepio, costruito da due fantasiosi giovani, Gastone Modini e Sergio Rosa, è situato subito a sinistra dell’entrata dalla porta maggiore, nello stretto spazio offerto da una porta chiusa tra due semi colonne, in prossimità dell’altare dedicato a San Giuseppe.

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La sacra vicenda è rappresentata in un ambiente nostrano: niente capanne, niente ruscelli, niente laghetti, niente montagne, niente lontane città. Ci sono soltanto quattro o cinque case modeste, strette insieme a formare una raccolta contrada, con un cortiletto che si prolunga là in fondo, dove di giorno i ragazzini intrecciano chissà quali giochi. Guardando questo semplice presepio ti viene spontaneo pensare che, chissà per qualche mai misteriosa congiuntura, sei a Montorso, che Gesù è venuto a nascere a Montorso il 25 dicembre del 1938.

Questa, infatti, è la casa della Patalina, con le scale che salgono al secondo piano per un androne illuminato da una flebile lampada; e lì, con un’entrata ad arco, c’è il portico di Babàn che mette in mostra in primo piano un carretto dalle stanghe rialzate e, accostato a una parete, vedi il banco da lavoro con una solida morsa e un ampio spazio per disporre gli utensili più comuni; si scoprono vari attrezzi da falegname, costruiti con una perfezione quasi maniacale: seghe di varie misure, il trapano, la squadra, una scopa appoggiata all’angolo, scalpelli, tenaglie, una vecchia carriola, due coltellacci, un’incudine, due secchielli con la colla da falegname…

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Fra le case, che conservano sui muri rinfrescati i famosi tiranti di ferro rugginoso per il consolidamento di edifici in muratura, proprio lì, sotto una breve tettoia, ecco Maria e Giuseppe con il Bambino.

Sono già arrivati i pastori, anche i re Magi, e tutti fanno ressa per vedere meglio il miracolo. E ti sposti anche tu, ora a destra ora a sinistra per vedere tutto, anche là in fondo dove la luce è più smorta, e scorgi qualcuno sulla porta semichiusa che guarda incerto verso tutto quel movimento e si porta un braccio al viso per non essere abbagliato dalla luce improvvisa.

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Che cosa c’è? Che novità è questa? Le rade lampadine dalla luce fioca pendono dalle travi o sono sostenute dai caratteristici lampioni agli angoli delle case, e, guarda!, alle finestre di quella casetta dai balconi semichiusi si notano le tendine col merletto della nonna, da un balcone mal serrato trapela una luce rossastra, in quell’altra casa c’è un fuoco acceso e immagini un paiolo sul focolare, ti arriva perfino al naso l’odore gradevole della polenta.

Guardando bene i particolari ti accorgi che, sulla parete di una casa di colore rosa antico, occhieggia un piccolo capitello devozionale con dentro l’immagine della Madonna. Ma come, la Madonna è lì che contempla il Figlio appena nato e già appare in un capitello? Miracolo? Errore? Non abbiamo detto che siamo a Montorso? E a Montorso, di fronte alla casa che una volta era della “Bieta Sale”, proprio sulla parete del Municipio, c’è un capitello ogivale quasi simile a quello che stiamo contemplando.

Oltre ai re Magi, ai pastori e alle pecorelle, ci sono altri due ospiti che assistono all’evento, due gattini di colore bianco e nero, uno sugli scalini della Patalina, l’altro sul davanzale della finestra del barbiere.

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In questo presepio, in cui regna la pace, vorremmo esserci anche noi, magari là nella casetta rossa in fondo al cortile, e spiare un po’ timorosi dal balcone socchiuso l’evento che non comprendiamo del tutto.

Abbiamo il diritto, parafrasando lo scrittore Georges Bernanos, di domandarci se ci saranno ancora per lungo tempo notti di Natale, con i loro angeli e pastori, per questo mondo indifferente e feroce, così dimentico del messaggio di amore che il presepio c’invia?

Candido Lucato

 

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